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COMUNICAZIONE EFFICACE TRA CHI CERCA LAVORO E CHI OFFRE LAVORO

Una volta terminato il percorso di studi (scuola dell’obbligo, scuole superiori, studi universitari, specializzazioni, master), non è facile riuscire a tradurre nella pratica ciò che abbiamo appreso durante la nostra formazione. La prima grande difficoltà riguarda il riuscire a coniugare il “sapere” con il “saper fare”, cioè essere capaci di offrire un lavoro che, nella pratica, sia utile all’interno del contesto in cui siamo inseriti.

Spesso accade che la persona in cerca del “primo lavoro” non abbia sufficiente esperienza lavorativa per infondere nel datore di lavoro un’altrettanta sufficiente sicurezza tale da condurlo verso un’assunzione. Il lavoro che il datore di lavoro richiede deve essere capace di contribuire al soddisfacimento degli obiettivi della realtà in cui il lavoratore viene assunto.

Spesse volte si va a determinare una condizione di incomunicabilità tra le parti (chi cerca lavoro e chi offre lavoro). In questa situazione entrano in gioco diversi fattori: una formazione scolastica troppo spesso teorica e poco pratica, un mercato delle assunzioni troppe volte incapace di sapere integrare e gestire realmente domanda offerta. Una seconda difficoltà è legata all’indecisione ed alla non chiarezza di coloro i quali cercano lavoro.

Nella maggioranza dei casi le persone hanno una visione troppo rigida del loro sapere, mancano di spirito d’iniziativa e percorrono terreni molto spesso già battuti da altri prima di loro. Questo comportamento, usuale in chi è in cerca di una lavoro, può essere il segnale della mancanza di un pensiero creativo.

E’ bene che il candidato in cerca di una professione possa ampliare la propria prospettiva lavorativa cominciando a pensarsi in un nuovo modo, ad esempio quello di un sapere indirizzato a più professioni, piuttosto che ad un sapere volto ad una professione. Molte persone sono bloccate all’interno di logiche unidirezionali e non provano nemmeno per un istante a pensarsi in termini di una propria riqualificazione lavorativa. Per fare ciò è importante analizzare le proprie caratteristiche personali in modo tale da conoscere meglio quali siano i propri punti di forza e quali, invece, i propri punti deboli su cui sarebbe auspicabile lavorare per essere, poi più orientati lavorativamente.

Le tappe della separazione

La separazione e il divorzio coniugale sono una delle esperienze più dolorose che la vita ci possa presentare. Sono diversi le ricerche che concordano nel definire il processo di separazione dal punto di vista psicologico come uno degli eventi più stressanti che una persona possa dover affrontare. Un famoso studio di Holmes e Rahe (1967) individua nel divorzio il secondo evento più stressante per un individuo, subito dopo la morte del coniuge. Anche dal punto di vista del meccanismo che è alla base del divorzio psichico, le fasi che interessano questo processo sono del tutto assimilabili alle tappe del processo di elaborazione di un lutto.

In primo luogo è opportuno tenere presente che una separazione non è mai voluta nella stessa misura e con le stesse tempistiche da entrambi i coniugi: vi sarà sempre uno dei due partner che ha voluto, se non deciso e accelerato la decisione di separarsi, e l’altro che si vede costretto a prendere atto della decisione in forma più passiva. Il processo psichico che ne è alla base avrà dunque tempi e caratteristiche diverse per ambo le parti, ma prevede in entrambi i casi un periodo più o meno lungo di sofferenza e diverso adattamento psicologico alla nuova condizione di vita. La persona che ha preso la decisione di separarsi probabilmente avrà bisogno di un tempo inferiore per riuscire a disinvestire affettivamente dalla relazione presente e poter nuovamente indirizzare le proprie energie verso la vita e verso nuove opportunità relazionali (spesso già esistenti all’atto della decisione di separarsi). Dovrà tuttavia fare i conti con il senso di colpa di aver provocato il fallimento di un progetto di vita (il matrimonio è un atto su cui si è creduto, in cui sono stati custoditi i sogni per il futuro) e di aver inferto un grande dolore al coniuge e agli altri membri della famiglia. Il partner che “subisce” la separazione generalmente ha bisogno di un tempo superiore per elaborare il processo. Choc, rabbia e fenomeni depressivi sono elementi che si alternano in diverse fasi e che accompagnano con intensità e tempi diversi tutti i processi di divorzio psichico. Dopo un primissimo stadio in cui può prevelare la negazione rispetto alla decisione e all’evento, nello stato di choc prevale l’incredulità rispetto a quello che sta accadendo. Questo stato caratterizza in genere la prima fase e si manifesta nella totale incapacità di “sentire” il turbamento per quello che si sta verificando e nell’apparire “indifferenti”, quasi senza emozioni e sentimenti. Questa “anestesia emozionale” nasconde in realtà il profondo turbamento che si sta agitando nella parte più profonda del mondo interno e che può preludere ad uno stato depressivo, che la persona deve necessariamente affrontare, per poter giungere ad una elaborazione del lutto psichico.

In questa fase di disorientamento si accumulano spesso tutta una serie di incombenze pratiche che costringono la persona ad occuparsi singolarmente di tutto quello che prima veniva condiviso nella vita di coppia. Questo è un adattamento che può essere molto difficile. Nella maggior parte delle coppie vige una implicita o esplicita divisione dei ruoli e delle competenze nella gestione del menage familiare, che all’atto della separazione viene meno. Anche la gestione pratica di queste difficoltà può generare ansia e turbamento, nonché un senso di inadeguatezza personale e bassa autostima.

A seguito di questo complesso periodo, può verificarsi una fase depressiva, caratterizzata da un disinvestimento di energie dalla vita esterna, dalle relazioni sociali, da sintomi psicofisici come la carenza di sonno o appetito, ed è un processo molto comune che può manifestarsi anche per diversi mesi. L’attraversamento di questa fase, nelle sue varie manifestazioni, è una tappa fondamentale per arrivare ad un superamento del lutto psichico. Dopo aver disinvestito dal “mondo” e dall’altro può subentrare una fase in cui prevale la rabbia verso l’altro coniuge. Questa emozione aiuta a staccarsi definitivamente dall’immagine, spesso idealizzata, che ci si è costruiti dell’altro e consente all’individuo di poter aprire gli “occhi” anche verso tutto ciò che il mondo offre. Questo è un passo fondamentale che segna un graduale ritorno alla “normalità”. Anche se ancora dei sentimenti “contrastanti” possono caratterizzare il pensiero verso l’ex coniuge, in questa fase si è acquisito un sufficiente controllo sulle proprie emozioni, tale da consentire all’individuo di poter reinvestire in nuove relazioni, con una diversa consapevolezza e, molto spesso, con una rinnovata forza interiore, frutto del lungo processo di elaborazione che alla fine restituisce alla persona nuova linfa vitale.

Fonte www.mediazione-familiare-milano.it

La memoria non fotografa: elabora


E’ una tendenza nota a molti individui quella di pensare alla propria memoria come a qualcosa di fotografico. Secondo molte persone il funzionamento della memoria umana si può assimilare a quello della fotografia. Non a caso, si sente spesso dire da parte che persone che ricordano bene: “guarda, devo ammetterlo.. ho proprio una memoria fotografica”. In realtà, le cose non stanno così. Infatti il concetto che associava la memoria ad una riproduzione fedele sotto forma d’immagini appartenenti alla realtà è stato ampiamente superato.

Oggi la psicologia e le neuroscienze ci dicono che il processo mnemonico consiste in una complessa capacità della nostra mente che elabora le informazioni per ricostruirle e non per riprodurle. Questa capacità ricostruttiva fa in modo che il processo che produce il ricordo non sia dato da un semplice immagazzinamento di dati sotto forma d’immagine, bensì da una vera e propria ricostruzione a partire da dati.

La procedura del ricordo e della rievocazione si esplica, ad un livello generale, attraverso tre fasi ben precise. Queste fasi sono: la fase del “catturare” l’informazione (immagine, suono, esperienza tattile o acustica), la fase del trattenimento dell’informazione in mente e la fase del recupero dell’informazione che vogliamo ricordare.

Esistono poi diversi tipi o sottocategorie di memorie che fanno parte di quello che viene definito il magazzino a lungo termine. All’interno di questo immenso magazzino, molto più capiente del più grande hard disk del mondo, abbiamo una memoria episodica ed una memoria semantica: quella episodica recupera veri e propri episodi che sono collocabili nel tempo (es. “mi ricordo che quando ho fatto il militare era il 25 gennaio perché nevicava..”), quella semantica, invece, riguarda le conoscenze legate ai concetti (es. “so che la parola casa significa..”).

Un altro tipo di memoria molto importante ed interessante è quella autobiografica che ci permette di mantenere nel tempo la nostra identità e di sapere chi siamo.

In un prossimo articolo spiegheremo il perché, erroneamente, molto spesso si pensa che ricordare eventi del nostro passato, soprattutto in tarda età, sia sinonimo di avere una buona memoria.

Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it

Aggressività e genetica

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Mauris molestie, justo et feugiat rutrum, arcu metus dapibus quam, sollicitudin tempus tortor dolor et nibh.Come sostiene l’illustre psichiatra Vittorino Andreoli “la biologia s’incontra con la libertà".

In psicologia è sempre aperto il dibattito genetica-cultura; esiste chi sostiene che all’interno dell’aggressività circoli in quantità significativa la variabile genetica (cioè siamo nati aggressivi), e chi, invece pensa che sia solamente l’ambiente a trasformarci in potenziali criminali.

Le persone non nascono cattive: come in molti aspetti della vita la verità sta nel mezzo. Siamo nati con una maggiore predisposizione verso certe tendenze e queste possono essere slatentizzate (cioé, detto in parole spemplici, "portate fuori") attraverso le esperienze che il mondo ci offre.

La prospettiva correlazionista deve quindi essere tenuta presente per quanto concerne la condotta umana.

La variabilità del comportamento non può essere vista in assoluto con una visione di tipo biologico di tipo meccanicistico, bensì in una prospettiva olistica, che tenga conto della inscindibile aspetto legato all’unitarietà che contraddistingue ognuno di noi.

Sicuramente l’influenza negativa dei mass-media, e specialmente di certi programmi televisivi, nei confronti dei più giovani e soprattutto dei bambini, possa esercitare un carico potenzialmente negativo sulla loro psiche. Basti pensare che negli Stati Uniti, paese ad alto grado di criminalità, un bambino assiste in media, prima di avere terminato le scuole elementari a ottomila omicidi e centomila atti di violenza, molto spesso senza che i genitori possano intervenire nella scelta dei programmi che i loro figli guardano.

Secondo le stime dell’American Psycological Association, i ragazzini assistono in media per 27 ore alla settimana, con punte di 11 ore al giorno nei quartieri più degradati, a materiale potenzialmente dannoso.

Nei bambini più piccoli la distinzione fra rappresentazione e realtà è abbastanza esigua, e comunque visionare quotidianamente scene di violenza, prevaricazione, prepotenza ed uccisioni, può portare verso una tendenza di tipo svalutativo per il valore della vita.

Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it

RICERCARE STIMOLI NUOVI NEL MONDO PER RINNOVARE IL BENESSERE INTERIORE


Diceva un vecchio ad un giovane uomo che voleva avere tutto dalla vita: “Sai, quando avevo io la tua età ero come te, cercavo la velocità, l’emozione forte, la stabilità, ma poi con il tempo ho compreso che avere tutto questo mi avrebbe portato comunque a volere altro.. e altro ancora… e altro ancora”.

Attraverso queste brevi frasi fatte di saggezza si può arrivare a capire quanto l’uomo sviluppi una grande adattabilità nei confronti sia del benessere sia del malessere. Utilizzando un concetto darwiniano, possiamo dire che l’uomo ha inscritto nel proprio DNA un grande potere adattogeno, dunque nel bene o nel male il meccanismo di abituazione vince sempre. Proviamo a pensare a quante volte nella nostra vita, partendo sin dalla prima infanzia, abbiamo assunto un atteggiamento refrattario verso le esperienze nuove, per poi invece amare quelle stesse esperienze che prima leggevamo come ansiogene.

Tutto questo significa che ogni cosa ha il suo tempo ed i suoi tempi.

Anche il concetto di ‘stare bene’ ha bisogno del suo tempo per essere compreso nella sua interezza. Comprendere qualcosa nella sua complessità sta ad indicare ascoltarlo o leggerlo, per poi possederlo dentro di sé. Riuscire ad essere i padroni, dentro se stessi, dei concetti appresi è il prerequisito fondamentale per cominciare il viaggio verso la meta del “cambiamento interiore”. Sempre quel vecchio, riferendosi a quel giovane uomo, diceva: “ Vedo che tu ascolti le mie parole, ma guardo i tuoi occhi e non li sento.”

Leggendo questo testo, ognuno potrà cominciare a chiedersi come sente il benessere dentro di lui. Esistono persone che vivono nell’incertezza (e questi sono gli insicuri), ne esistono altre che vivono dello sguardo degli altri (e questi sono gli eccentrici), altri ancora che pensano di avere capito tutto (e questi sono i saccenti), però non esiste nessuno che sa spiegarci con certezza matematica come mai quelle persone che hanno molto statisticamente sono anche esse stesse alla ricerca di qualcosa. A questo punto possiamo notare quanto esista un principio di adattabilità generale mediante il quale, oltre una certa soglia di ripetute interazioni con qualche comportamento o esperienza, il nostro grado di appagamento viene meno. Si può andare ad ipotizzare che una possibile causa sia legata alla produzione di endorfine. In termini molto semplici, le endorfine rappresentano una ‘morfina interna’ che il nostro organismo produce in presenza di stimoli appaganti. Il nostro organismo è organizzato in modo tale da produrla esso stesso (al suo interno) oppure di avere le capacità (recettori) per riceverle dall’ambiente esterno. Possono ad esempio stimolare questa sorta di oppiacei naturali i nostri pensieri, un ricordo particolarmente appagante oppure l’indispensabile caffè del mattino. Coloro i quali utilizzano droghe, intese come cannabis, cocaina, amfetamine, alcool lo fanno proprio in virtù di un’attivazione, da parte delle droghe, dei loro centri del piacere interno.

Il problema è che, con il passare del tempo, il nostro organismo a furia di continui dosaggi di queste sostanze si “impigrisce” e smette di produrre endorfine. Quindi il nostro corpo attraverso un meccanismo di abituazione abbassa la soglia di attivazione del piacere. Il piccolo esempio appena riportato serve per comprendere quanto, ovviamente assolutamente non al livello delle droghe, il nostro piacere, se esposti sempre allo stesso stimolo, possa abbassarsi. Sarà capitato a tutti di mangiare qualche cibo delizioso, ma se si continua a mangiarlo in modo intensivo questo non sarà più delizioso, anzi sarà nauseante, oppure di desiderare tanto quell’oggetto, ma poi dopo un lungo utilizzo esso non produrrà più la stessa attivazione di felicità. Chi ama viaggiare, ad esempio, sostiene di preferire cambiare meta in quanto posti nuovi sono più stimolanti.

Fin da piccoli dimostriamo quanto la nostra soglia di attivazione sia più alta quando veniamo esposti a stimoli nuovi e quanto questa si abbassi quando veniamo sottoposti a questi stimoli per lunghi periodi. Questo è un meccanismo insito nell’uomo. Statisticamente le persone che hanno sempre voglia di esplorare il mondo, un po’ con gli occhi e la curiosità tipica del bambino, sono quelle che soffrono meno. Viceversa chi è molto fermo, poco amante della scoperta e della conoscenza manifesta maggiormente un calo del tono dell’umore.

Sulla base di quanto presentato, possiamo dire con certezza che per stare bene per sempre il segreto è cercare di investire in una serie di attività a rotazione, tenersi sempre “angoli nuovi” e “spazi vuoti” per la conoscenza e l’apprendimento. Cercare dentro di noi la forza per investire nel mondo e nelle sue mille peculiarità. Sentire di avere sempre qualcosa da apprendere è un ottimo esercizio del benessere.

Non bisogna essere ricchi per stare bene, bisogna essere ricchi di curiosità e chi lo sa, magari arriva anche la ricchezza materiale.

Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it

ANCHE INTERNET, SE USATO MALE, PUO' ESSERE UNA DROGA


Negli Stati Uniti l’uso e l’abuso di sostanze potenzialmente pericolose, quali l’alcool, stanno diventando sempre più frequenti. Basti pensare che il 90% della popolazione adulta degli Stati Uniti fa uso di alcolici (la frequenza ed il dosaggio utilizzato vanno dall’utilizzo sporadico ad un utilizzo quotidiano, sino a sfociare in abuso).

Come abbiamo già accennato in altre circostanze, nell’ultimo decennio si è assistito anche, in quasi ogni parte del mondo, ad una considerevole e capillare diffusione di internet e dei nuovi mezzi di comunicazione. Come spesso avviene, nell’impiego di qualcosa si può celare spesso un utilizzo implicitamente disfunzionale della cosa stessa. Questo può accadere per molteplici attività, cominciando da fenomeni di abuso molto conosciuti come appunto quelli delle sostanze in generale (le più diffuse droghe ed alcool), sino ad arrivare ad un abuso diverso, nuovo, ma per certi aspetti, altrettanto subdolo e pericoloso: l’abuso, che può trasformarsi in una dipendenza, nei confronti dell’utilizzo di una potente interfaccia mediatica come quella del web.

Il web, con le sue milioni di potenzialità e mirabolanti forme di applicazioni, si presta perfettamente come strumento in grado di catalizzare e “catturare” persone che presentano un certo grado di difficoltà nel riuscire ad utilizzare le proprie energie interiori, fondamentali per affrontare la vita di tutti i giorni.

Molti studiosi del fenomeno, tra cui Jamison e Goldberg (psichiatra americano pioniere nello studio di tale argomento), sostengono che sia ormai condiviso da molti ricercatori che l’utilizzo eccessivo di internet porti allo sviluppo di progressive difficoltà, in special modo nell’area relazionale.

Alcuni individui vengono letteralmente assorbiti dal rapporto che hanno con lo strumento virtuale, così tanto da restarne incollati.

Possiamo dire che esista un parallelo tra la dipendenza da sostanze “più classiche”, come le droghe in generale, e la dipendenza da “sostanze più moderne”, come le nuove tecnologie. Sarebbe bene trovare il modo di vigilare anche su quest’ultime, soprattutto da parte dei genitori.

Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it

IN MOLTI CASI, I SENSI DI COLPA CONTENGONO MAMMA E PAPA'


Oggi parleremo di uno stato psicologico che accompagna molte persone nel corso della loro vita e che tutti hanno provato, provano o proveranno: il senso di colpa.

Andando ad analizzare questa emozione negativa più nello specifico, possiamo dire che il senso di colpa rappresenti quel vissuto psicologico in cui un individuo vive dentro di sé la tendenza ad autosvalutarsi a causa di un proprio comportamento o di un pensiero che viene ritenuto per lui inammissibile.

Questo stato d’animo si può ritrovare in differenti contesti, partendo dalle storie sentimentali finite male, sino ad arrivare al non avere abbinato bene i colori di un vestito in un’occasione di vita importante. A tal proposito, ricordo di un cliente che si sentiva profondamente in colpa per non essersi vestito adeguatamente il giorno della tesi di laurea della sorella e di come i suoi genitori glielo avessero fatto fortemente pesare. Ricordo anche di una ragazza che si sentiva molto angosciata per avere avuto la sua prima esperienza sessuale prima dell’età che, secondo sua madre, sarebbe stata il momento adeguato.

Questi sono degli esempi tipici che appartengono alla sfera dei sensi di colpa: i casi in cui i genitori esercitano una forte influenza. Sulla base di quanto appena presentato, ci è possibile rilevare quanto, in molti casi, il giudizio dei genitori rappresenti una delle matrici maggiori che entrano in gioco come fattore scatenante per i sensi di colpa.

Il senso di colpa viene ingenerato in tenera età proprio dai genitori, ad esempio quando, rivolgendosi ai propri figli, rinfacciano quanti sforzi abbiano fatto per potere farli crescere oppure quanto essi soffrano quando i figli non ubbidiscono.

Oltre a questi sensi di colpa “diretti” esistono dei sensi di colpa “indiretti”, ovvero quelli che insorgono per non avere rispettato i valori morali appresi dai genitori o dagli adulti per noi significativi. Nella costruzione della personalità ciò che i genitori indicano come “cosa” giusta e ciò che, invece, segnalano come “cosa” sbagliata diventa un parametro che può generare un forte senso di colpa quando commettiamo ciò che l’adulto ci ha sempre insegnato essere sbagliato.

Anche se non è facile, è bene ricordarsi che, nel momento in cui non arrechiamo danni agli altri, non dobbiamo giudicarci per ciò che facciamo, bensì imparare ad amarci, anche se quello che facciamo non sarà condiviso dagli altri, genitori compresi.





Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it


IMPARIAMO A CONOSCERE LA QUARTA ETA'

Allo stesso modo con cui riteniamo sia importante essere consapevoli delle possibili e probabili caratteristiche “dell’efficienza mentale” delle persone anziane, troviamo rivesta altrettanta importanza occuparsi di tutti quegli aspetti e fattori di vita che possono avere delle ripercussioni sulla loro qualità psicologica.

Sappiamo che l’anziano, oltre a problematiche di tipo cognitivo, si trova a dover “combattere” con tutta una serie di problematiche più strettamente di natura fisica e sociale.

Siamo a conoscenza del fatto che, quando si è anziani, ci si stanca più facilmente, possono aumentare le malattie, acciacchi e dolori di varia natura sino a giungere ad eventi di vita altamente stressanti come la perdita delle persone care.

In molti casi, la perdita di chi nel corso della vita è stato affianco a lungo all'anziano, come il coniuge, rappresenta una ferita estremamente difficile da risanare. E’ anche vero che questi marcatori sociali oramai tendono a sfumarsi con il crescere della società. Oggi esiste l’università della terza età, ci sono casi di persone che si sposano per la prima volta ottantenni e molti altri esempi di “giovani” anziani.

Non dimentichiamoci anche dell’aspetto socioeconomico; infatti con il pensionamento molti anziani necessitano di maggior denaro per curare la salute o prevenire le malattie.

N.B. Impariamo a leggere cosa potrebbe vivere il nostro prossimo, sarà così più facile relazionarci con lui. Tutti gli eventi appena citati hanno un’incidenza sulla psiche. E’ molto importante riflettere su come e su quali possano essere i vari fattori ad alto grado d’incidenza sul disagio psicologico che vive un anziano.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

LA PSICOTERAPIA PER CURARE GLI ATTACCHI DI PANICO

Un disturbo psicologico diffuso e sicuramente sottostimato nella società odierna è il disturbo legato a ciò che è comunemente noto come ‘attacchi di panico’. Generalmente il percorso prima di arrivare ad una diagnosi specifica di ‘disturbo da panico’, caratterizzata da una serie ricorrente di singoli attacchi di panico e dalla paura persistente di incorrere in nuovi attacchi, è piuttosto lungo, poiché la costellazione varia di sintomi dalla forte connotazione fisiologica impongono delle verifiche mediche (spesso nei pronto soccorsi), volte ad escludere il coinvolgimento di patologie organiche. Gli accertamenti maggiormente richiesti da parte di chi soffre di attacchi di panico sono quelli a livello cardiovascolare (dovuti a sintomi come palpitazioni, aumento della frequenza cardiaca, dolore al petto, sudorazione, ecc), neurologico (per senso di svenimento, capogiri, tremolii..), gastrointestinale (per nausea, dolori gastrici, diarrea..), pneumologico (dovuti a difficoltà a respirare, fame d'aria…). Molto spesso, una volta accertata l’inesistenza di patologie a carico di qualcuno di questi apparati ed etichettato il fenomeno come ‘di origine ansiosa’, alle persone che soffrono di attacchi di panico vengono purtroppo prescritti solamente psicofarmaci, in grado di tenere sotto controllo i sintomi.

Questa pratica può alimentare lo stato negativo in cui si ritrova il paziente che al di là del momentaneo benessere, oltre a sperimentare anche gli effetti collaterali dovuti agli psicofarmaci, si renderà presto conto che, in assenza di essi, i sintomi tendono a ripresentarsi, poiché lo psicofarmaco non cura la causa del problema, ma solamente ne tiene a bada la manifestazione all’occorrenza.

E’ doveroso invece ricordare che dagli attacchi di panico si può guarire, imparando a rintracciarne le cause psicologiche e comprendendo come imparare a gestire gli attacchi stessi, in attesa che la psicoterapia possa restituire al paziente un buon funzionamento globale, liberandolo dai sintomi del panico. E’ fondamentale ricordare che la psicoterapia è lo strumento privilegiato per aiutare un paziente che vive questo tipo di disturbo, poiché sono diversi gli aspetti psicologici legati al panico e perché, tra le cause più accreditate per la spiegazione di come insorgono gli attacchi di panico, alcune di esse vanno rintracciate proprio nelle radici della nostra vita, nelle prime fasi in cui il bambino ha iniziato ad esplorare il mondo.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

I PENSIERI TIPICI DELLA DEPRESSIONE

Quella che comunemente viene definita “depressione” e che, in termini più tecnici, può essere chiamata in modi diversi (disturbo depressivo maggiore, disturbo distimico, ecc..) a seconda della tipologia e intensità dei sintomi manifestati, è un quadro clinico caratterizzato da un prevalente stato di umore negativo, senso di abbattimento e sconfitta personale, perdita di interessi e di voglia di fare o di stare con gli altri, stanchezza ed incapacità a provare piacere, tristezza, mancanza di fiducia in se stessi. Il fenomeno della depressione è stato ampiamente studiato e sono stati individuati fattori sociali, ambientali e biologici che possono essere responsabili di questo tipo di manifestazioni.

Dal punto di vista psicologico, è risultato essere cruciale l’aspetto legato ai fattori cognitivi che possono giocare un ruolo importante nel determinare stati depressivi, sui quali è possibile agire terapeuticamente. In un’ottica in cui “tutto è relativo”, non sembra determinante quello che accade nella vita di una persona, gli eventi, i successi o gli insuccessi che la vedono protagonista, ma la modalità con cui la persona stessa filtra questi eventi nella sua mente. Come un avvenimento viene codificato ed interpretato può essere fondamentale per determinare una reazione positiva, piuttosto che una depressiva.

Nei soggetti depressi vi è una tendenza ad inquadrare i fatti quotidiani secondo una lente colpevolizzante ed autodistruttiva. L’acquisizione di una consapevolezza rispetto agli schemi di pensiero attraverso cui siamo soliti leggere gli eventi della vita, è un importante punto di partenza per prenderne le distanze, qualora questi schemi siano autodistruttivi, e per ricercare in se stessi modalità di risposta costruttive.

Una sensazione molto comune in chi è colto dalla depressione è la percezione di non essere in grado di controllare la propria vita, di essere sopraffatti da essa e di non essere in grado di farcela. La tendenza a guardare in termini globali, in un momento in cui la propria autostima è di per sé molto fragile, crea un circolo vizioso da cui sembra impossibile poter uscire. “Non ce la farò mai e, quindi, non faccio nulla per farcela”. Questo meccanismo, tanto frequente quanto paralizzante, è sempre figlio di una modalità di pensiero “errata” che può essere superata. In termini generali, quando i problemi sembrano enormi e ci sembrano invalicabili, la prima cosa da fare è scomporli, ridurli in piccoli pezzi, trasformare il problema in tanti problemi. Questo passaggio, molto semplice e anche molto efficace, aiuta la persona a prendersi carico di una cosa per volta, le consente di analizzare le difficoltà di quel singolo pezzo, senza guardare al tutto in cui esso è inserito. Porsi dei piccoli obbiettivi è un modo per concedersi di risolverli. È fondamentale, tuttavia, non cadere nella frequente trappola di autosvalutarsi e di ridicolizzare proprio quei piccoli obiettivi, in quanto piccoli. Spezzare l’inerzia, stabilire traguardi realistici, a portata di mano e vederli concretizzarsi ogni giorno è il piccolo vero successo che permette di distanziarsi dalla depressione.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

UNA NUOVA FORMA DI ADDICTION:

Si parla oggi di nuove forme di dipendenza, le cosidette “new addictions”, e tra esse sempre più frequentemente viene riconosciuta la “dipendenza da internet”. Nel 1996 negli USA si è iniziato a parlare di dipendenza psicologica dalla rete. La pioniera nello studio di questo inquadramento psicopatologico, ancora di non univoca definizione, è stata K. Young dell’Università di Pittsburg che in quello stesso anno pubblicò un articolo dal titolo “Internet Addiction: l’emergenza di un nuovo disturbo clinico”. Da quel momento l’attenzione e la ricerca scientifica hanno iniziato ad occuparsi di questo fenomeno facendo seguire studi, sperimentazioni ed analisi di casi clinici che potessero rientrare in questo inquadramento.

In quel primo articolo sull’argomento si metteva in evidenza come alcuni soggetti che dimostravano di fare un eccessivo utilizzo di Internet potessero sviluppare sintomi di dipendenza simili a quelli riscontrabili in altre forme di dipendenza, da quella di sostanze psicoattive, al consumo di alcool, fino alla dipendenza da gioco d’azzardo. Ciò che distinguerebbe gli individui che dal collegamento riescono a trarne un beneficio da chi invece sviluppa forme di dipendenza vera e propria è il grado di impatto sulla vita reale.

Il sostenuto numero di ore che viene speso nei collegamenti ad Internet influirebbe in primo luogo nella vita relazionale ed affettiva delle persone, in quanto renderebbe gli individui coinvolti maggiormente estranei alla vita familiare ed affettiva e li indurrebbe a sviluppare forme di dipendenza dalla relazione instauratasi on-line. Questo attaccamento, con il fascino e l’idealizzazione del rapporto che spesso caratterizzano queste relazioni virtuali, rischia di sfociare in tradimenti coniugali, separazioni di coppia e in una perdita significativa dei rapporti importanti coltivati nella vita reale.

La vita di queste persone diventa una sorta di cyberliving, dove il mondo del computer diventa l’unico possibile, oggetto di una relazione preferenziale od esclusiva, con cui condividere emozioni e passioni più che con il coniuge o i figli. Soprattutto nei soggetti con personalità più infantili la navigazione in rete può diventare il gioco preferito, anteposto ad ogni forma di impegno, dalla gestione della casa alla cura dei figli. È come un’occasione per ritornare bambini, senza alcuna forma di responsabilità, senza impegno se non quello di divertirsi.

In secondo luogo la dipendenza da Internet avrebbe ripercussioni sulla vita lavorativa o scolastica, sottraendo una notevole quantità di tempo e risorse dell’individuo alle sue attività produttive e provocando nei casi più estremi anche la rovina di promettenti carriere.

I fenomeni di dipendenza da Internet provocano un senso di perdita del controllo, il soggetto non riesce a stabilire un controllo sul tempo passato in rete, provocando alterazioni significative nei ritmi di sonno-veglia ed impattando negativamente sulla qualità delle proprie attività durante il giorno. Accanto ai disturbi del sonno possono insorgere altri problemi di natura fisica, dalla stanchezza al mal di testa, dalla sindrome del tunnel carpale a problemi di tipo osteo-articolare dovuti alla prolungata postura davanti allo schermo del computer.

I soggetti dipendenti dunque subirebbero alcune conseguenze da moderate a gravi, a seconda del grado di dipendenza sviluppata, su aree della propria vita dovute alla incapacità di moderare e controllare l’uso dello strumento.

Tutte le età o i gruppi sociali sono potenzialmente a rischio di sviluppare forme di dipendenza, che segnano il confine dall’hobby di trascorrere del tempo su Internet all’addiction vera e propria. Il primo segnale di allarme è spesso segnalato dai familiari delle persone caratterizzate dal disturbo, che si lamentano per all’ammontare del tempo speso dal soggetto su Internet, a fronte di una negazione del soggetto stesso. In questi individui, infatti, si nota spesso la presenza del diniego come meccanismo di difesa, per la mancata accettazione del senso di perdita di controllo sui propri impulsi. La negazione porta alla distorsione della realtà, con conseguenze gravi dal punto di vista psicopatologico. Questa caratteristica è presente in tutte le forme di addiction e nello sviluppo delle forme di dipendenza in generale.

Ma quando si parla di addiction si fa riferimento ad un vero quadro di dipendenza psicologica. Vi sono naturalmente alcuni quadri personologici che predisporrebbero maggiormente l’individuo a sviluppare forme di dipendenza. Più in generale, fragilità psichiche pregresse possono venire esaltate dal fenomeno di Internet, specialmente laddove associate ad un approccio totalizzante e dunque riconducibile ad un assetto psichico carente dal punto di vista affettivo e/o della struttura personologica di base.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

Che tipo di uomo cerca la donna di oggi?

Si sente spesso parlare di donne che si legano e subiscono il fascino dell’uomo duro. Come diceva una famosa pubblicità, “l’uomo che non deve chiedere mai..”.



Oggigiorno sembra che il sesso femminile subisca sempre più il fascino del bello e tenebroso, di colui che porta, nel tempo, la donna ad una sottile, ma protratta piccola sofferenza, quasi una costante insicurezza. Sembrerebbe non essere più in voga il mito del principe azzurro. Un tempo molte donne vivevano la relazione sentimentale idealizzando vecchie fantasie che derivano dall’infanzia, come ad esempio il desiderio di trovare un uomo quasi perfetto, capace di donare loro la felicità.



Nell’immaginario femminile si desiderava un uomo capace di donare in modo assoluto il proprio amore alla propria musa ispiratrice, in grado di attraversare mari e monti, affrontare tempeste in modo principesco, sino poi a giungere alla propria compagna, vista metaforicamente come metà totale del proprio viaggio. Ecco, questo tipo di maschio sembra che oggi sia poco richiesto, anzi viene quasi scansato. L’uomo che “va per la maggiore” è quello che lascia alla propria amata una certa dose d’insicurezza. Sembra quasi che, quando questa tipologia di donna percepisca di essere troppo sicura dell’amore del proprio compagno, egli perda totalmente il proprio valore. E’ come se quel sentimento diventasse troppo scontato, quasi si svalutasse. Utilizzando una metafora presa in prestito dalla psicologia dei consumi: se tutti i giorni il prezzo del salmone scendesse a tal punto da riceverlo quasi in regalo, le persone tenderebbero a consumarne così tanto da restarne quasi nauseate, con la conseguenza che starebbero alla larga da quell’alimento per un po’ di tempo. Forse, anche l’amore seguirebbe la stessa logica. Paradossale, ma vero.



Una delle possibili spiegazioni a riguardo sosterrebbe che sia proprio l’eccesso di sicurezza che porterebbe a ritenere come di poco valore ciò che ci viene offerto in dono, purtroppo anche un sentimento così nobile come l’amore. Seguendo questo ragionamento, invece, il partner che si concede a tratti, che misura la porzione dei “propri” sentimenti, che talvolta è molto presente, mentre in altre occasioni è totalmente sfuggente, terrebbe paradossalmente vivo lo stimolo amoroso nei confronti dell’altro. In questo modo, si rinforza in questo tipo di psicologia femminile, attratta dall’incostanza affettiva del partner, la ricerca di tale prototipo maschile e si rinnova, in questo modo, l’interesse per chi applica il vecchio metodo del “bastone e carota”.


Articolo tratto da: www.studio-psicologo.it

Psicologia della gravidanza

A livello fisiologico i 9 mesi di gestazione sono un tempo preparatorio sia perché prima l’embrione e poi il feto possano maturare e crescere fino a diventare un individuo pronto ad affrontare la vita al di fuori dell’utero materno, sia perché il corpo della madre possa gradualmente prepararsi ad accogliere un corpicino che cresce e a modificarsi per aiutarne la nascita.

In questo insieme di fitti cambiamenti fisiologici, non sono mai da dimenticare gli altrettanto intensi mutamenti psicologici che la madre attraversa durante la gravidanza, che sono da considerarsi propedeutici a renderla, anche dal punto di vista psicologico, una madre pronta a prendersi amorevolmente cura del suo bambino. Pensate per assurdo se la gravidanza si svolgesse nell’arco di una settimana. La nostra specie avrebbe veramente poche probabilità di essere arrivata fino ai giorni nostri. In un tempo così breve non sarebbe possibile sviluppare il senso di attaccamento così profondo che legano una madre e un bambino nei 9 mesi di gestazione e che consentono al bambino di poter contare su un accudimento che lo accompagnerà costantemente soprattutto nei primi anni di vita. Anche in natura, più è lunga la gestazione nelle specie animali, più i cuccioli necessitano di lunghe cure materne anche dopo la nascita, prima di diventare individui autonomi. Ecco perchè il tempo psicologico della gestazione è un fattore chiave su cui ogni donna in gravidanza dovrebbe soffermarsi a riflettere.

Durante questi lunghi mesi la donna incinta vede alternarsi fasi molto diverse tra loro. Il primo trimestre è un momento di shock e di improvvisa necessità di assestamento sotto nuovi equilibri. Da un lato i veloci mutamenti ormonali e fisiologici che da subito interessano il corpo femminile (anche se spesso non ancora visibili) possono creare alla donna alcune difficoltà come stanchezza, nausea, cambiamenti di umore, dall’altro la delicatezza di questa prima fase della gravidanza non consente pienamente alla donna di gioire dell’evento che le sta capitando. È abbastanza frequente assistere ad interruzioni spontanee e precoci della gravidanza. L’ansia che si possa verificare questa eventualità, accompagnata alla mancanza di segnali dal corpo che possano far sentire la vitalità del bambino, sono stati d’animo che riguardano la maggior parte delle donne in questa fase. Vi sono poi le preoccupazioni circa lo stato di salute del proprio bambino. Elementi molto comuni sono la preoccupazione che il bambino cresca nel modo adeguato, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie. Da questo punto di vista, farsi costantemente seguire dal personale medico o da un’ostetrica è un modo per trovare risposte a dubbi e paure che sono del tutto legittimi e comprensibili. È molto importante durante la gravidanza farsi accompagnare lungo tutto il percorso da persone, sia dal punto di professionale che umano, in grado di accogliere senza giudizio le preoccupazioni e gli stati d’animo della madre.

Il secondo trimestre appare come un periodo nettamente diverso. Da un lato è possibile rasserenarsi maggiormente circa l’eventualità di un aborto spontaneo (evento molto meno frequente in questa fase) e dunque “concedersi” di mentalizzare veramente l’idea che si sta per diventare genitori. Dall’altro anche lo stato fisico della madre ritrova rinnovato benessere ed energia, che rendono questi mesi della gravidanza come forse i migliori sia dal punto di vista fisico, che psicologico. Anche dal punto di vista della sessualità, il rapporto di coppia potrebbe trovare un giovamento. Nelle prime fasi il timore di poter nuocere all’embrione in una fase altamente delicata condiziona molte coppie dall’avere una vita sessuale soddisfacente. Il secondo trimestre sembrerebbe essere il momento più adeguato anche per ritrovare una maggiore intimità, grazie al fatto che ancora il corpo della donna consente una certa agilità nei movimenti. In questo periodo si assiste poi ad uno straordinario mutamento nella psicologia materna. La percezione dei movimenti fetali dentro il proprio corpo rendono finalmente “vivo e reale” il bambino. Questa costante comunicazione intrauterina tra la madre e il bambino, fatta di scambi e di percezioni, è una pietra miliare del rapporto psicologico tra i due e anche tra il bambino e il padre, nel momento in cui i movimenti iniziano ad essere percepibili anche dall’esterno. Da questi sussulti e colpetti inizia veramente a formarsi il legame affettivo inscindibile che lega un figlio ai propri genitori.

L’ultima fase della gravidanza vede ancora momenti altalenanti. Il tempo del parto si avvicina e così anche l’idea di poter conoscere veramente il proprio figlio. Durante la gravidanza la mente dei genitori ha costruito dentro di sé un “bambino immaginario”, frutto delle fantasie dei genitori. Con la nascita del bambino, i genitori incontreranno invece il loro “bambino reale”, che nella maggior parte dei casi sarà diverso da quello che avevano immaginato o sperato. Questa fase può creare alcuni sconvolgimenti, che necessitano di un tempo di elaborazione psicologica tanto superiore, quanto maggiore sarà il distacco da quello che ci si era aspettati (si pensi alla speranza di avere un figlio sano e veder nascere un bambino con alcune difficoltà o patologie).

L’ultima parte della gravidanza si confronta poi con il tema del parto. Il corpo della donna diventa sempre più “ingombrante”, la fatica fisica si fa sentire e nella mente della donna diventa sempre più presente il pensiero al travaglio e al parto. Mentre molte donne vivono questa attesa con naturalezza e parte fisiologicamente integrante del processo, altre soffrono di una vera e propria ansia all’idea di provare dolore, perdere il controllo del proprio corpo, essere ospedalizzate o provano paura all’idea che il proprio corpo possa essere trasformato o lacerato in modo irreversibile. Anche in questo caso i corsi di preparazione al parto sono fondamentali sia per dare nozioni pratiche utili a sedare il senso di angoscia o preoccupazione, sia ad avvicinarsi psicologicamente per tempo a questo evento. In tutte queste alterne fasi psicologiche della gravidanza, è da sottolineare l’indispensabile ruolo che il partner della donna svolge durante l’intero percorso. Poter costantemente contare su un compagno sensibile, empatico ed accogliente è uno degli aspetti chiave che fa sentire la donna “forte” nell’attraversare le fragili e oscillanti “altalene” della gravidanza.

Stress e ansia nella ricerca di un figlio

Le statistiche ci dicono che al giorno d’oggi si fanno sempre meno figli e che le prime gravidanze si verificano in un’età materna sempre più avanzata. I ginecologici mettono spesso in guardia rispetto al fatto che le evoluzioni e i mutamenti sociali non necessariamente vanno di pari passo con l’evoluzione biologica e che, se le condizioni socio-economiche richiedono sempre più spesso alle coppie di progettare una gravidanza ad un’età avanzata, la biologia femminile spesso in quella fase della vita non è più così generosa dal punto di vista della fertilità. Le cliniche specializzate in procreazione assistita vedono ogni anno incrementare il numero di richieste di aiuto, visto l’aumentato tasso di coppie che risultano infertili.

La ricerca di un figlio può essere un periodo psicologicamente felice, in cui la coppia vive e “lavora”, in attesa che si verifichi il concepimento desiderato. Può tuttavia diventare un periodo fortemente stressante, più si concretizza la percezione che il percorso del concepimento non sia così facile o scontato.

L’elevato tasso di informazione e il controllo del proprio stato di salute e del proprio corpo nella società odierna hanno portato ad una notevole diffusione della contraccezione nelle donne in età fertile. Capita sovente che una donna passi la maggior parte della sua età fertile nel godersi una sessualità, libera dalla preoccupazione di una gravidanza, utilizzando metodi contraccettivi, arrivando poi nella fase finale a voler ricercare la gravidanza stessa. Il pensiero magico può portare a pensare che, una volta sospeso l’uso del contraccettivo che per molti anni ha protetto la donna dall’evento allora “indesiderato”, improvvisamente si verifichi il concepimento. Se questo è senz’altro vero per alcune coppie, per la maggior parte di esse gli studi rivelano il contrario. Nelle coppie considerate fertili il concepimento può avvenire nell’arco di un anno o più dall’inizio dei rapporti liberi. Solo successivamente a tale arco temporale è possibile ipotizzare che la coppia possa avere qualche problema fisiologico in termini di fertilità. Questo è il motivo per cui la ricerca del figlio può diventare un periodo di grande stress emotivo. Più si sommano i mesi in cui la coppia colleziona insuccessi, più può crescere la paura o l’ansia di “non farcela”. Lo stress si manifesta in questi casi in una continua oscillazione che mensilmente passa dalla speranza alla disillusione, alla voglia di ricominciare mettendo già in conto una possibile nuova delusione: un’altalena di alti e bassi che mettono a dura prova l’equilibrio psicologico dell’individuo e della coppia. Più questo meccanismo si cristallizza nel tempo, più può sfociare in una vera e propria ossessione. Ad aggravare la situazione di queste coppie, che non trovano da subito il successo desiderato, vi è il clima sociale intorno a questa fase di vita. Normalmente le coppie che stanno cercando un figlio hanno amici che attraversano una fase analoga di vita e probabilmente si confronteranno regolarmente con persone che hanno già figli piccoli o sono in dolce attesa. Il confronto sociale è un meccanismo normale e socialmente sano, che può tuttavia scatenare in questi casi ulteriori frustrazioni. Ad esso si aggiungono spesso le aspettative dei familiari, che talvolta non fanno mistero del loro desiderio di veder allargare ulteriormente la famiglia, rischiando di aumentare ancora il senso di fallimento che la coppia sta vivendo. In tutte queste situazioni, in cui la società o la famiglia sembrano “remare contro”, l’atteggiamento più sano che la coppia può assumere è quello di vivere liberamente i propri stati d’animo, anche quando negativi. E’ importante uscire dal meccanismo del senso di colpa o della vergogna e poter riconoscere anche le difficoltà che si stanno vivendo. Questa aiuta a liberare il proprio organismo da stati di negatività.

Nell’era di internet non si può prescindere anche dal dare uno sguardo a quello che succede nel mondo del web intorno a questo tema. Come spesso capita, i forum on-line diventano luoghi di scambio e confronto tra persone che vivono esperienze simili e che, proprio per la vicinanza di vissuti emotivi sperimentati, si trovano a condividere e supportarsi reciprocamente. Questi luoghi virtuali possono da un lato offrire un conforto e far sentire la persona meno sola o “unica” nella sua situazione, quasi fossero dei virtuali gruppi di auto-mutuo aiuto, dall’altro possono diventare “ambienti” senza controllo, in cui vengono scambiate opinioni e consigli talvolta tutt’altro che scientifici per migliorare la fertilità o dove forme nevrotiche di sfogo trovano regolarmente spazio. Alle persone che vivono questa fase della propria vita è opportuno ricordare l’enorme importanza che gli stati mentali positivi possono produrre sulla fisiologia del proprio corpo. Liberarsi dall’ansia, condividere e parlare apertamente delle proprie preoccupazioni, uscire dall’isolamento e, quando necessario, rivolgersi ad uno specialista sono dei buoni presupposti per mantenere un atteggiamento sano ed un equilibrio psicologico che possano influenzare positivamente anche l’andamento fisiologico.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

Umore e stati emotivi nel primo trimestre di gravidanza

Si dice sempre che il primo trimestre di gravidanza sia il periodo più delicato dell’intera gestazione. Normalmente ci si riferisce alla fase primordiale della formazione del feto, che in questo periodo getta le sue fondamenta e diventa particolarmente ricettivo ad ogni stimolo ambientale potenzialmente nocivo. Si richiede dunque alla futura mamma di osservare particolare riguardo, di stare particolarmente attenta a non compiere sforzi eccessivi, di mantenere uno stile di vita il più possibile equilibrato e sano. Spesso si tende a trascurare anche la delicatezza da un punto di vista psicologico che questo periodo della gravidanza comporta. La notizia di un gravidanza richiede uno notevole assestamento da un punto di vista psicologico. I nove mesi di gestazione non sono solamente il tempo necessario al feto per diventare un essere umano biologicamente formato, ma anche un periodo in cui i futuri genitori, e la madre in particolare, trasformino gradualmente la loro consapevolezza e si preparino ad accettare nel loro assetto identitario un nuovo ruolo. Nei primi tre mesi, l’assenza di una percezione viva all’interno del proprio corpo della presenza di una piccola forma di vita (che invece sarà sempre più vivida nei mesi successivi) non aiuta l’accettazione di questo passaggio. Inizialmente la gravidanza è un’idea, un concetto. Solo successivamente diventa un fatto. Questo passaggio è molto importante per la trasformazione psicologica che affronteranno i due genitori. Tale mutamento non riguarda infatti solo le madri, ma anche i padri. Se nel primo trimestre è per entrambi solo un’ecografia a dare un segno visibile della presenza di un bambino, successivamente la madre inizierà ad avvertire le prime sensazioni di movimento, che tuttavia non saranno ancora percepibili dal padre. I due genitori affronteranno emozioni diverse in tempi diversi, che riusciranno a condividere solo grazie ad una buona capacità comunicativa e di scambio nella coppia. Tornando alle caratteristiche “psicologiche” del primo trimestre di gravidanza, è necessario tenere conto delle diverse situazioni in cui una gravidanza può instaurarsi. Dipende innanzitutto da quanto essa sia stata desiderata e cercata o piuttosto “capitata” e dall’età e fase di maturazione della madre e della coppia. Queste condizioni generano reazioni molto diverse e difficoltà di adattamento assai differenti. Gioia, paura, ansia, entusiasmo, senso di inadeguatezza sono tutte emozioni che possono attraversare la futura mamma in questa fase. È doveroso tuttavia ricordare che, aldilà della situazione personale di ogni singola futura madre, come avviene in ogni cambiamento “forte”, non è possibile sperimentare solo emozioni di un’unica connotazione. Non è possibile affrontare eventi importanti della vita senza una sana dose di ambivalenza. Nella psiche umana non è mai tutto o solo bello o solo brutto, la mente viaggia tra le sfumature, vive gioie miste a paure, vive emozioni positive accanto ad ansie e preoccupazioni. E’ importante riconoscere questo aspetto, per non sentirsi sbagliati, per viversi nella propria pienezza di colori ed emozioni, in tutte le loro sfaccettature, perché questo è il modo in cui funziona il complesso mondo psicologico. Spesso, in ogni ambito della vita umana, nell’ambivalenza risiede la normalità e nella perfezione, nel “è tutto meraviglioso” si nasconde un inganno a se stessi. Riconoscere questo aspetto è il primo aspetto per affrontare al meglio i cambiamenti più importanti. Un’ultima considerazione riguarda l’importante stravolgimento ormonale che si verifica nel primo trimestre di gravidanza. In poche settimane si passa dalla normale condizione di donna fertile alla non ordinaria condizione di donna gravida. Questo mutamento comporta produzioni ormonali molto rilevanti, che provocano effetti consistenti agendo anche sui neurotrasmettitori ed influenzando di conseguenza l’umore della gestante. E’ assai frequente assistere a mutamenti improvvisi di umore, aumentata sensibilità, nervosismo ed irritabilità, forte labilità emotiva associati molto spesso ad una stanchezza anomala. Questa variazione umorale, con forti correlati fisiologici, comporta a sua volta ripercussioni nella vita familiare. Le persone intorno alla donna incinta potranno comprendere la delicatezza anche di questi aspetti e con un buon dialogo nella coppia è possibile accettare come “uniche” e passeggere anche queste sfumature comportamentali della futura mamma.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano

Coppie che si uniscono e coppie che si separano: analisi dei cambiamenti

Che il matrimonio fosse un’istituzione ormai in crisi è sulla bocca di tutti, ma oggi sono i numeri a parlare chiaro. Alcuni comuni delle Province Lombarde hanno reso note le statistiche sull’evoluzione delle unioni coniugali e sulle loro disgregazioni negli ultimi anni. I dati sono piuttosto significativi. Nell’ultimo decennio i matrimoni hanno subìto un decremento di quasi il 25%. Nel giro di pochi anni è sicuramente cambiata la configurazione degli assetti delle giovani coppie. Per quanto non siano ancora resi pubblici i dati ufficiali sulle unioni more uxorio per quanto concerne gli abitanti delle province, è facilmente ipotizzabile che il declino dei matrimoni non sia solo il sintomo di una crisi dei valori della famiglia e della progettualità delle giovani coppie, ma sia il riflesso di una tendenza sociale sempre più dilagante nelle società occidentali, inclusa la nostra: accanto alle unioni coniugali in flessione, vi è un incremento sempre più importante delle convivenze e “coppie di fatto”. Ma per chi ancora scelga la “vecchia strada” del matrimonio, si denota una virata verso una scelta sempre più diffusa: sono decisamente in aumento i matrimoni civili rispetto a quelli religiosi. Un ultimo sguardo anche agli scioglimenti delle unioni matrimoniali: in dieci anni i divorzi sono cresciuti del 70% circa. Non dimentichiamo che dietro a queste cifre si nasconde il dramma individuale di chi vede sgretolarsi un intero progetto di vita (vorrei al proposito ricordare che il divorzio rappresenta il secondo fattore di stress più grave dopo la morte di un coniuge). Attualmente, rispetto agli anni passati, all’interno del rapporto matrimoniale si vive una maggiore capacità di riflessione, presa di coscienza e parziale consapevolezza sul bilancio della vita familiare (anche quando questo è negativo). Un tempo era più difficile mettersi in gioco, mentre oggi si è capaci di dare forma e staccarsi anche da quelli che si possono definire “i propri fallimenti”. Tra i motivi per cui le coppie di oggi, rispetto a quelle del passato, pongono fine con più frequenza al matrimonio, abbiamo un’acquisizione sempre maggiore d’indipendenza economica da parte della donna che la pone in una condizione decisionale delle volte più libera rispetto a un tempo. Oltre a questo, anche vivere nell’era della comunicazione esercita la sua influenza: infatti nuovi network sociali, quali ad esempio facebook, twitter ed altri simili, offrono possibilità sociali maggiori rispetto a prima e tra queste vi è anche la possibilità di stringere relazioni che potrebbero divenire ipotetiche possibilità d’incontro erotico-relazionale.

La redazione

di Psicologo Psicoterapia Milano